Ti faccio una domanda secca.

Quanto devi fatturare quest’anno per portarti a casa lo stipendio che vuoi?

Se hai esitato più di tre secondi, il problema non è la tua bravura. È che stai guidando senza cruscotto.

Nella maggior parte delle prime call che faccio con freelance e consulenti, chiedo questo numero. Quasi nessuno lo sa. Molti mi rispondono con il fatturato dell’anno scorso, che non è una risposta: è uno specchietto retrovisore.

E poi c’è il calcolo ingenuo, quello che ho sentito decine di volte: “voglio 2.000 euro netti al mese, quindi devo fatturare 2.000 euro al mese”.

No. Non funziona così. Non funziona nemmeno lontanamente così.

Chi ragiona in quel modo si ritrova a giugno con la sensazione di lavorare tantissimo e non avere mai soldi in banca. Poi arriva l’acconto di novembre e sembra un’ingiustizia cosmica.

Questo articolo ti mostra il calcolo vero. A ritroso. Dal netto che vuoi fino alla tariffa che devi chiedere.

Ti avverto: alcuni numeri ti daranno fastidio.


Punti chiave
– Il fatturato non è il tuo stipendio: tra i due ci sono tasse, contributi e costi fissi che pesano dal 30% al 50%
– In regime forfettario con imposta al 15% il carico reale su tasse e contributi si aggira intorno al 29% del fatturato
– I giorni realmente fatturabili in un anno non sono 220: nella pratica sono tra 120 e 140
– Il prezzo non si sceglie guardando i concorrenti: si calcola partendo dal netto che vuoi
– Se non conosci la tua tariffa minima, ogni sconto che fai lo stai facendo al buio


Il calcolo ingenuo che ti tiene povero

Partiamo dall’errore. È sempre lo stesso, e ha una struttura precisa.

Il freelance decide quanto vuole guadagnare al mese. Poi guarda quanto chiedono gli altri nel suo settore. Poi toglie qualcosa “perché sono all’inizio”. E chiude il cerchio.

Tre errori in tre mosse.

Il primo: confondere fatturato e reddito. Il fatturato è quello che entra. Il reddito è quello che resta dopo che lo Stato, il commercialista, gli abbonamenti e il computer nuovo hanno fatto la loro parte.

Il secondo: guardare i concorrenti. I concorrenti hanno costi diversi, carichi fiscali diversi, obiettivi diversi e magari un coniuge con uno stipendio fisso alle spalle. Copiare il loro prezzo è come copiare la terapia di un altro paziente.

Il terzo: scontare per insicurezza. Lo sconto preventivo non è una strategia commerciale. È ansia travestita da posizionamento.

Il risultato è sempre lo stesso: lavori tanto, incassi decentemente, e non capisci dove finiscono i soldi.

I soldi non finiscono da nessuna parte. Non ci sono mai stati.


I 4 strati che separano il tuo fatturato dal tuo netto

Tra quello che il cliente ti bonifica e quello che puoi spendere ci sono quattro strati. Vanno attraversati tutti, nell’ordine.

Strato 1: l’IVA (che non è tua e non lo è mai stata).

Se sei in regime ordinario, l’IVA che incassi non ti appartiene. La stai tenendo in custodia per lo Stato. Il fatto che transiti sul tuo conto corrente crea l’illusione più costosa della vita da partita IVA.

Se sei in forfettario non addebiti IVA, quindi questo strato non ti riguarda. Ma occhio: significa anche che non la recuperi sugli acquisti.

Strato 2: i contributi previdenziali.

Per chi è iscritto alla gestione separata INPS, l’aliquota è intorno al 26%. Non è una tassa: è pensione. Ma sul conto corrente pesa esattamente come una tassa.

Se hai una cassa professionale (avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti) le aliquote cambiano, ma il principio no.

Strato 3: le imposte.

In forfettario, imposta sostitutiva al 15%, che scende al 5% per i primi cinque anni se rispetti i requisiti di start-up. In regime ordinario, IRPEF a scaglioni più addizionali regionali e comunali.

Strato 4: i costi fissi del business.

Questo strato è quello che tutti dimenticano. E spesso è il più pesante in proporzione.

Ognuno di questi strati si mangia una fetta. E le fette si sommano.


Quanto pesano davvero tasse e contributi in forfettario

Facciamo i conti veri, con numeri tondi.

Prendiamo un consulente in regime forfettario con coefficiente di redditività al 78%, iscritto alla gestione separata INPS, con imposta sostitutiva al 15%.

Fatturato annuoImponibile (78%)Contributi INPS (~26%)Imposta sostitutiva 15%Totale prelievoResta
30.000 €23.400 €6.100 €2.595 €8.695 €21.305 €
50.000 €39.000 €10.167 €4.325 €14.492 €35.508 €
80.000 €62.400 €16.268 €6.920 €23.188 €56.812 €

Guarda l’ultima colonna in rapporto alla prima. Il prelievo si mantiene intorno al 29% del fatturato.

Tieni presente due cose. La prima: l’imposta sostitutiva si calcola sull’imponibile al netto dei contributi effettivamente versati, ed è per questo che il conto non è un banale 78% × 15%. La seconda: sopra gli 85.000 euro di ricavi esci dal forfettario, e il carico complessivo tra IRPEF, addizionali e contributi sale facilmente verso il 40-45%.

Questi numeri sono indicativi e servono a ragionare, non a fare la dichiarazione. Il tuo coefficiente di redditività dipende dal codice ATECO, la tua aliquota contributiva dalla tua cassa. Il commercialista serve a questo. Ma il ragionamento non cambia: circa un terzo di quello che fatturi non è tuo.

E siamo solo al terzo strato.


I costi fissi che nessuno mette nel conto

Qui succede la cosa curiosa. Chiedi a un freelance quali sono i suoi costi fissi e ti dice: “poca roba, lavoro da casa”.

Poi fai la lista insieme a lui e viene fuori un’altra storia.

La lista completa, quella scomoda:

  1. Commercialista: dai 600 ai 1.500 euro l’anno per una posizione semplice
  2. Software e abbonamenti: gestionale, suite di design, tool di email marketing, AI, cloud, password manager
  3. Hardware: un portatile serio ogni 3-4 anni, monitor, microfono, cuffie
  4. Formazione: corsi, libri, community, eventi di settore
  5. Marketing: dominio, hosting, eventuale advertising, strumenti di analisi
  6. Assicurazione professionale: obbligatoria in molte professioni, sensata in tutte le altre
  7. Spazio di lavoro: coworking, oppure la quota di casa che di fatto usi per lavorare
  8. Trasferte: treni, benzina, pranzi fuori, hotel
  9. Costi bancari e commissioni: conto business, incassi da piattaforme, PayPal
  10. Il fondo imprevisti: quello che copre il mese in cui ti ammali e non fatturi

Un consulente solo, senza collaboratori, che lavora prevalentemente da remoto, sta tranquillamente tra i 5.000 e i 9.000 euro l’anno. Se ha un coworking, collabora con un grafico e investe in advertising, si va oltre i 15.000.

Se lavori in un settore dove servono collaboratori esterni, questa voce esplode. Un consulente marketing che appalta la parte creativa può avere costi variabili pari al 25-30% del fatturato.

Un esercizio che ti consiglio: apri l’estratto conto degli ultimi dodici mesi ed evidenzia ogni uscita legata al lavoro. Non stimare. Guarda.

Nella mia esperienza chi fa questo esercizio scopre di spendere il 40-60% in più di quanto pensava.


Quanti giorni lavori davvero in un anno?

Adesso arriviamo al numero che fa più male di tutti.

Chiedi a un freelance quanti giorni lavora in un anno e ti dice “circa 220”. È il calcolo da dipendente: 365 meno weekend, meno festivi, meno ferie.

Il problema è che il freelance non viene pagato per i giorni lavorati. Viene pagato per i giorni fatturabili. E sono due cose diversissime.

Facciamo il conto vero:

VoceGiorni
Giorni nell’anno365
Meno weekend-104
Meno festività-12
Meno ferie (4 settimane)-20
Meno malattia e imprevisti-5
Giorni lavorativi disponibili224
Meno tempo su vendita, marketing e proposte (circa 20%)-45
Meno amministrazione, fatture, email, riunioni interne (circa 12%)-27
Meno formazione e aggiornamento (circa 7%)-16
Giorni realmente fatturabili≈ 136

Centotrentasei. Non duecentoventi.

Il 40% del tuo tempo lavorativo non è fatturabile e non lo sarà mai. Vendere è lavoro. Fare preventivi è lavoro. Rincorrere una fattura insoluta è lavoro. Ma nessuno te li paga.

Chi ignora questo dato costruisce tutta la sua struttura di prezzi su una base sbagliata del 60%. Poi si chiede perché lavora sei giorni su sette.

Nota importante: se hai un business con una componente ricorrente o prodotti digitali, questo calcolo cambia. È esattamente uno dei motivi per cui i ricavi ricorrenti valgono tanto.


Il calcolo a ritroso: dal netto che vuoi alla tariffa che devi chiedere

Ecco il metodo. Cinque passaggi, in ordine.

Passo 1: definisci il netto annuo che vuoi in tasca.

Non “vorrei stare bene”. Un numero. Prendi le tue spese personali mensili reali (affitto o mutuo, spesa, bollette, auto, tempo libero, famiglia), aggiungi un 15% di margine e moltiplica per dodici.

Passo 2: aggiungi i costi fissi del business.

Quelli veri, quelli che hai appena estratto dall’estratto conto.

Passo 3: risali al fatturato lordo.

Netto desiderato + costi fissi = quello che ti deve restare dopo tasse e contributi. Dividi quel numero per 0,71 se sei in forfettario al 15%. Per 0,60 se sei in regime ordinario con un reddito medio-alto.

Passo 4: dividi per i giorni fatturabili.

Usa 136. Se hai dati tuoi migliori, usa i tuoi.

Passo 5: hai la tua tariffa giornaliera minima.

Minima. Non quella che chiedi. Quella sotto la quale stai perdendo soldi.

Ecco tre scenari completi:

Scenario AScenario BScenario C
Netto desiderato al mese1.500 €2.500 €4.000 €
Netto desiderato all’anno18.000 €30.000 €48.000 €
Costi fissi del business6.000 €10.000 €16.000 €
Fabbisogno post-tasse24.000 €40.000 €64.000 €
Regime fiscaleForfettario 15%Forfettario 15%Ordinario
Fatturato necessario≈ 34.000 €≈ 56.500 €≈ 107.000 €
Fatturato mensile medio2.830 €4.700 €8.900 €
Giorni fatturabili136136136
Tariffa giornaliera minima250 €415 €790 €
Tariffa oraria equivalente (8h)31 €52 €99 €

Guarda lo scenario A. Per portarti a casa 1.500 euro netti al mese devi fatturarne 34.000 all’anno. Non 18.000. Ventidue volte il tuo netto mensile, non dodici.

E guarda lo scenario C. Per 4.000 netti al mese servono 107.000 euro di fatturato. Se stai leggendo questo numero pensando “impossibile”, hai appena capito perché la tua tariffa attuale non ti porterà mai lì.


Il caso di Giulia: da 39.000 a 68.000 senza lavorare un’ora in più

Ho lavorato con Giulia, consulente di comunicazione a Bologna, trentaquattro anni, sei anni di partita IVA.

Quando ci siamo sentiti la prima volta fatturava 39.000 euro l’anno. Lavorava, secondo la sua stima, “sempre”. Si sentiva sfruttata e non capiva perché, con quel volume di lavoro, il conto corrente non crescesse mai.

Abbiamo fatto esattamente i conti di questo articolo. Hanno richiesto due ore.

Cosa è venuto fuori.

I suoi costi fissi reali erano 8.400 euro, non i “quattro o cinquemila” che stimava. Aveva tre abbonamenti software dimenticati e una quota coworking che non usava quasi più.

I suoi giorni fatturabili reali erano 118, non 200. Passava un’enormità di tempo in call di allineamento non fatturate con due clienti storici.

E la sua tariffa giornaliera media, calcolata dividendo il fatturato per i giorni fatturabili reali, era 330 euro. Lei era convinta di lavorare a 500.

Il netto che le restava in tasca era circa 1.560 euro al mese. Dopo sei anni di attività.

Cosa abbiamo cambiato.

Primo: tariffa minima fissata a 480 euro al giorno. Non un obiettivo, un pavimento. Sotto quella cifra, no.

Secondo: le call di allineamento entrate nel contratto. Due al mese incluse, le successive fatturate.

Terzo: taglio dei clienti sotto soglia. Due clienti storici che assorbivano il 30% del tempo per il 12% del fatturato. Sono stati lasciati andare in tre mesi, con preavviso e una lista di colleghi a cui rivolgersi.

Quarto: pacchetti a valore invece di giornate. Il cliente compra un risultato, non un timesheet.

Dopo quattordici mesi.

Fatturato a 68.000 euro. Costi fissi scesi a 6.900. Giorni fatturabili: 124, praticamente identici a prima.

Il netto mensile è passato da circa 1.560 a circa 3.400 euro.

Non ha lavorato di più. Ha smesso di lavorare al buio.

Quello che mi ha detto quando le ho mostrato il foglio finale me lo ricordo bene: “Il problema non era che non guadagnavo. Era che non sapevo cosa stavo vendendo.”


Cosa fare se la tua tariffa attuale è sotto il minimo

Facciamo il caso realistico: hai fatto il calcolo, e il numero che ti serve è molto più alto di quello che chiedi oggi.

Non alzare i prezzi domani mattina a tutti. È il modo più veloce per perdere metà del portafoglio in un mese.

Le quattro leve, in ordine di rischio crescente.

Leva 1: taglia i costi inutili. È la più veloce e la meno rischiosa. Abbonamenti dormienti, servizi duplicati, spese che non producono nulla. In genere si recuperano tra i 1.000 e i 3.000 euro l’anno in una sola sera di lavoro.

Leva 2: recupera giorni fatturabili. Se passi due giorni a settimana in call improduttive e amministrazione manuale, non hai un problema di prezzo. Hai un problema di processo. Ogni giorno recuperato vale quanto la tua tariffa giornaliera.

Leva 3: alza il prezzo sui nuovi clienti. Nessun rischio sul portafoglio esistente. Applichi la tariffa nuova solo da adesso in avanti. In sei mesi il mix si sposta da solo.

Leva 4: rinegozia i clienti storici. La più delicata. Si fa uno alla volta, con preavviso di almeno sessanta giorni, e portando in tavola qualcosa di nuovo, non solo un numero più alto.

E poi c’è la leva che cambia tutto: smettere di vendere tempo.

Finché vendi giornate, il tuo tetto è matematico: 136 giorni per la tua tariffa. Punto. Puoi alzare la tariffa, ma il soffitto resta.

Chi supera quel soffitto lo fa in tre modi: pacchetti a valore, ricavi ricorrenti, o prodotti che non consumano il tuo tempo. Nessuno dei tre è veloce. Tutti e tre partono dallo stesso posto: sapere esattamente quanto vale una tua giornata.


Domande frequenti

Devo fare questo calcolo anche se sono all’inizio?

Soprattutto se sei all’inizio. Chi parte senza conoscere la propria tariffa minima costruisce il posizionamento sui prezzi degli altri, e in due anni si ritrova incastrato in una fascia da cui è difficile uscire. È molto più semplice partire con il numero giusto che correggerlo dopo trenta clienti.

E se il mercato non paga la mia tariffa minima?

Allora hai un problema di posizionamento, non di prezzo. Se il tuo mercato non regge il numero che ti serve, le opzioni sono tre: cambiare segmento di clienti, cambiare il tipo di risultato che vendi, o cambiare mestiere. La quarta opzione, lavorare sotto costo sperando che le cose migliorino, non è un’opzione. È un conto alla rovescia.

Ogni quanto va rifatto il calcolo?

Una volta all’anno, sempre. E ogni volta che cambia qualcosa di strutturale: un collaboratore nuovo, un cambio di regime fiscale, un aumento delle spese personali, un servizio nuovo. Molti dei professionisti con cui lavoro tengono un foglio di calcolo aggiornato ogni trimestre. Ci vogliono venti minuti.

La tariffa oraria è meglio o peggio della giornaliera?

La giornaliera è meglio della oraria, e il pacchetto a valore è meglio di entrambe. La tariffa oraria ti penalizza esattamente quando diventi più bravo: più sei veloce, meno guadagni. Usa il calcolo orario solo come strumento di controllo interno, per capire se un progetto sta andando in perdita. Non come modello di vendita.

Il forfettario conviene sempre?

No. Conviene finché i tuoi costi reali sono inferiori alla percentuale forfettizzata dal tuo coefficiente e finché resti sotto la soglia dei ricavi. Se hai costi alti, collaboratori o investimenti importanti, il regime ordinario può risultare più vantaggioso nonostante le aliquote più alte. È una valutazione da fare con il commercialista, numeri alla mano, non per sentito dire.


Il prezzo non si sceglie, si calcola

C’è una frase che ripeto in quasi ogni call, e la ripeto anche qui.

Il prezzo non è un’opinione su quanto vali. È il risultato di un’equazione.

Quando smetti di scegliere il prezzo guardando gli altri e inizi a calcolarlo partendo da quello che ti serve, cambiano tre cose.

La prima: smetti di sentirti in colpa quando lo dici ad alta voce. Non stai chiedendo un favore. Stai comunicando un dato.

La seconda: sai esattamente quando puoi fare uno sconto e quando no. Uno sconto sopra la tariffa minima è una scelta commerciale. Uno sconto sotto è un prestito che stai facendo al tuo cliente.

La terza: sai quali clienti ti stanno facendo perdere soldi. E puoi decidere cosa farne.

Prenditi due ore. Apri un foglio di calcolo. Metti i tuoi numeri veri, non quelli che ti fanno sentire meglio.

Il numero che esce non è un giudizio su di te. È solo il punto da cui inizia il lavoro serio.

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